"La porta e la maschera" testo inedito di Stelio Maria Martini, 1991

Conformemente alla propria natura di pittore, e cioè di artista che vive, pensa, opera in funzione dell’organo visivo, Andrea Sparaco concentra sempre l’attenzione sul punto focale della realtà. Punto focale proprio nel senso fisico di punto dell’asse ottico, nel quale è possibile la visione chiara e distinta. Questa pratica è in lui tanto connaturata da assumere valenze ideali, e già altra volta osservammo come egli si senta collocato, nel momento in cui realizza, in un punto intermedio tra un passato senza fondo e il futuro che avanza, al quale egli consegna via via le nitide risultanze del suo lavoro, che pertanto indugiano su quel teorico punto focale che è il presente. Ma parlavamo di punto focale, proprio della vista, sul quale Sparaco ha fondato e fonda l’intero suo sistema penseriale ed estetico, cioè la sua visione del mondo, né più né meno. L’immagine della realtà che raggiunge la sua rètina, egli la percepisce e la fissa come risulta alla distanza ordinaria dai suoi occhi, solo che nel suo caso tale distanza è segnata generalmente da un particolare schermo, che nei suoi recenti lavori appare essere la porta o la maschera, simboli che implicano l’oltre e il dietro. La porta vale per quanto essa mostra o permette oltre di sé, se aperta, per quanto vieta, se chiusa; la maschera vale per quanto occulta e, nello stesso tempo, rileva.

"Le porte sono i confini mobili tra i frammenti di vita; segnano i passaggi obbligati e frequentatissimi tra le pareti domestiche; sono le dissolvenze tra l’essere e l’apparire; sono i punti nodali dei movimenti; sono gli snodi delle cose; sono i punti morbidi nella rigidità delle pareti, i punti di pulsione della casa; gli archi di trionfo della mobilità; gli attenti r guardinghi testimoni dei silenzi…occasione per la luce di variare i propri itinerari nella nostra intimità. Una porta, mentre suggella l’intimità di una funzione, la espande nei suoi aspetti più nobili e delicati. La porta è quella parte del confine dove l’intimo e l’individuale si predispongono ad incontrare il collettivo…. È quella parte esitante del soggetto predisposto a praticare l’infinito; è il congegno funzionale all’incertezza; è la rappresentazione metafisica del dubbio; è il non luogo dove s’intersecano i destini, dove il chiuso si trasforma in aperto. Una porta che si chiude non interrompe un rapporto ma lo trasforma in un delicato invito a ulteriori approfondimenti. Dove c’è una porta c’è una possibilità: se è chiusa bisogna aprirla, se è aperta bisogna chiuderla. Aprire, chiudere; riaprire, richiudere; ri-riaprire, ri-richiudere: uscire, entrare, chiudersi dentro, stare insieme, introdursi, sono atti che presuppongono l’aprire o il chiudersi di una porta. La porta può trasformare l’imbarazzante atto del chiudersi dentro in un commiato intelligente, aprire per entrare, chiudere per stare dentro; riaprire per uscire; richiudere per stare fuori; saltare comunque un confine tra il dentro e il fuori o tra il fuori e il dentro con la porta che ne registra i passaggi"

 

 

e cominciamo con l’annotare, se ce n’era bisogno, che il brano dimostra ancora una volta la perfetta abilitazione dell’artista ad essere l’unico interprete autorizzato della propria opera. Questo brano sulla porta è stato steso da Andrea Sparaco a mo’ di presentazione di un suo recente lavoro di ideatore di porte ad uso domestico, ma qui sono due le indicazioni che ne rileviamo. Una consiste nell’integralità della concezione-visione della porta, considerata nelle sue dimensioni temporali (il movimento, i percorsi e il loro prima e dopo) oltre che spaziali, sulle quali precisamente fonda la duplicità della sua funzione di congiungere/separare; e già con questo si è ben oltre la staticità della visione a due dimensioni che un tempo si attribuiva al pittore. Una seconda cosa, implicata dalla prima, è l’estrema ambiguità del reale, che il concetto di porta può, sì, suggerire nei termini appena detti, ma l’elezione di ciò, in Sparaco, è motivata dalla coscienza del fatto che tutto ciò che io penso, tocco, soffro è pur sempre tutto ciò che vedo, ed è noto che si vede quello che si vuole vedere. Si pensi all’assurdo dell’uso delle foto sui cosiddetti documenti di riconoscimento. Si pensi all’indugio di chi è addetto a controllarli, nell’atto in cui riconosce nella foto la persona che ha davanti. Quella porta all’identificazione che dovrebbe essere la foto si rivela meno facile del previsto, i tratti comuni alla foto e alla persona appaiono spesso inaffidabili, perché nella foto si cerca quel che ci ha colpito nel viso reale, e la corrispondenza, indipendentemente dalla qualità della foto, potrebbe non esserci. Quando ci si volesse chiedere perché mai un pittore si occupi di porte, molte buone ragioni possono essere reperite in quanto abbiamo appena detto. Ma dicevamo la porta e la maschera, due schermi nel punto focale della visione di Sparaco, due oggetti topici nell’ambito dell’estetica contemporanea, almeno quanto lo specchio o il sogno. Sparaco considera la maschera al centro di un vero e proprio intrigo di circostanze:

 

 

"La luce inganna, semplifica, riduce i margini della complessità. Il buio rende giustizia al mistero e lo amplifica. Il labirinto della coscienza prolunga i suoi percorsi nei labirinti della realtà esterna, attraverso il proprio apparire: la maschera si configura come labirintico confine tra il dentro e il fuori. La maschera è l’onda lunga della coscienza che si modella sui terminali della società. La maschera è quello che resta di due entità drammaticamente contrapposte, che tentano di esistere: il sé e gli altri. Il grido è il segnale disperato del sé che in un estremo tentativo di sopravvivenza si impossessa del silenzio e lo squarcia violentemente. La maschera è un grido. È un involucro oscillante tra l’essere e l’apparire. L’infinito è il luogo del labirinto. Le cose mi sollecitano continuamente l’attenzione attentando alla mia libertà di guardare altrove. Esse si espandono verso di me, mi vogliono entrare dentro, invadermi, possedermi, espropriarmi. La maschera è una scultura e la forma della scultura è la materia predisposta alla percorrenza del pensiero; è il luogo di scontro e di incontro delle diverse concezioni del mondo: è l’area magica dove la fantasia dissipa l’opacità delle cose; è l’alba e il tramonto della verità; è l’ombra che si fa luce; è l’armonizzazione degli opposti; è il succo del verosimile e della materia; è la sponda dell’utopia; è il sito eloquente del silenzio. È il punto-limite dove la consistenza della materia si trasforma nella impalpabilità del concetto. È il terminale di un percorso sofferto, al di là del quale c’è il caos."

 

 

Non crediamo che la somiglianza (anche stilistica) di questo brano rispetto al precedente dipenda dalla prossimità dei tempi di stesura né dalla contiguità dei periodi operativi del pittore. Essa dipende, infatti dalla profonda unità dell’ispirazione che li pone in essere, e noi dovremmo qui ripetere le osservazioni fatte per il primo brano, se non fosse più semplice suggerire al lettore di sostituire con la parola porta la parola maschera del secondo brano, e il risultato sarà identico. Altro elemento comune ai due testi è quello stilistico dell’accumulazione enfatica delle definizioni e delle immagini. La maschera (la porta) è la scultura, un labirinto, un’onda, un residuo, un grido, un involucro, un’area, uno stimolo, un suggerimento, ecc. Analogamente la porta (la maschera): confine mobile, dissolvenza, punto nodale e punto mobile, punto di pulsione, arco di trionfo, testimone, variazione, suggello, esitazione, possibilità, ecc. Insomma, porta e maschera sono lo schermo tra passato e futuro, sono i punti focali della visione di Sparaco, in cui l’asse ottico del pittore s’incrocia con le parvenze delle cose, della realtà. In tutta la loro ambiguità, la porta e la maschera costituiscono la superficie che intercetta lo sguardo dell’artista e su cui egli opera nel mondo. La moltitudine pullulante di piccoli oggetti geometrici, lettere, cifre che Sparaco vi applica, è tutto e solo quello che rimane a palpitare di una coscienza, di una mano ( e l’anima ama la mano, a detta di Pascal), in un attimo d’indugio nell’eternità. Ci viene in mente un altro titolo di Sparaco: "La memoria ha un grande futuro", sotto cui l’artista raggruppò libri dalle pagine di legno, realizzate come le porte e le maschere: dunque schermi anche questi libri. E cioè anch’essi punti focali della parabola tracciata/narrata da Sparaco, figura geometrica aperta e racconto, entrambi aperti all’infinito. Perché anche questo concetto risulta esplicitamente richiamato in entrambi i brani di Sparaco: "la porta è quella parte esitante del soggetto predisposto a praticare l’infinito " e "la maschera si configura come un labirintico confine tra il dentro e il fuori, l’infinito è il luogo del labirinto". Ora, potrebbe perfino essere che anche qui si nasconde l’eroica aspirazione degli "Heroici furori", né di ciò ci meraviglieremmo, ma c’è un altro eroismo che sentimmo come meno improbabile e più vicino a noi. Quello proveniente dall’idea che l’infinito di cui Sparaco parla sia propriamente, in un suo trascurabile, infinitesimo punto vagante nella paurosa immensità di quell’immane vuoto, il luogo (il non-luogo) dove cadono queste ambigue apparenze, di cui la porta e la maschera siano i soli, reali (per quanto qualcosa possa essere reale) elementi colleganti il niente dell’ambigua verità con tutto l’altro Niente.

Stelio M. Martini