"Filopoli" testo inedito di Antonio Falcone

 

Andrea mi parlava di Orazio, delle sue mani fredde che gli chiedevano un po di fuoco, e le parole di Andrea mi giungevano calde e lente come la fiamma della stufetta accesa al centro dell’atelier, al numero 26 delle pareti di via Mazzocchi, che nascondono azzurri umori sotto la scorza scura. Via Mazzocchi 26 come rue de Grenelle, la locanda degli artisti d’oltralpe si è trasferita a Caserta, dove le idee "inclassificabili" e le "rivolte senza fine" hanno trovato un luogo: l’atelier Sparaco. Un cantiere aperto: di giorno a raccogliere le idee, di notte a decidere l’ora della rivolta.

Allo "studio" di Andrea, così somigliante alla "botteguccia" surrealista, ci andammo ragazzi, ed ancora ci rincuora la possibilità di farci un salto, ora che siamo diventati grandi, andati a vivere altrove. La luce è quella di allora, del cantiere illuminato, aperto a chiunque abbia in mente un progetto; il profumo è quello di allora, del gelsomino che sale dalla finestra; mancano solo le lunghissime sigarette sul tavolo, sostituite da ammiccanti pasticche di menta. Rivedere, risentire, rivivere lo "studio" è un’emozione, che solo chi sia stato frequentatore del suo director può provare.

Forse però è sminuente il titolo direttivo, non adatto ad Andrea, Maestro della china e del legno, dispensatore di umori e di forme, immagini e concetti, prodotti delle sue arti meccaniche e riflessive. C’è qualcosa di più in quei suoi occhi, in quelle sue mani che sanno sì la fatica della materia, ma conoscono pure la levità dell’estetica, orientata a smaterializzare ogni pesantezza, del lavoro manuale così come della vita amministrata. Andrea opera e vive da esteta imperiale, "l’imperatore dagli occhi grigi" è stato definito da qualcuno, uno di quegli imperatori dell’ultima romanità che la stanchezza rende sensibili alla bellezza, fondatori di pinacoteche, disposte ad accogliere tutte le anime da curare.

Andrea Imperatore, ma di un impero lontano, sconfinato, fino in Oriente, sotto il cielo del saggio Kublai Kan, che dà ordini esplorativi ai suoi ragazzi di corte. Noi, i suoi ragazzi, mandati a tracciare nei campi le nostre proiezioni utopiche, a solcare le acque con le nostre barchette di carta, a registrare le voci dei dannati della terra, gli antichi strazi e i sorrisi infantili di chi si pone in attesa dell’uomo nuovo. Si ritornava, noi ragazzi, di missione in missione, dall’Imperatore, a portargli notizie dal Vietnam, dall’Angola, dal Cile, dalla Saint-Gobain, dalla Camera del Lavoro, in cerchio riuniti, in quei pochi metri quadrati dello "studio"…. Ed era subito il Mondo.

Lo leggevamo insieme il mondo, la voce garbata di Andrea ci teneva per mano, adolescenti ed eterni: lo leggevamo il mondo, gli volevamo bene. Volevamo, avremmo voluto cambiarlo il mondo, noi ragazzi di Caserta, dalla pigrizia solare e l’inventiva scalza di ogni provincia meridionale che si rispetti, dalla potenzialità inespressa e la voglia matta di uscire.

Seduto sul trono spagliato, sotto l’ombrello giusto per bagnarsi, è rimasto Andrea, irridente le solide apparenze, le cose utili, che servono a vivere. Servono a vivere i sogni, i sogni di cose materiali come il legno, di cose umorali come l’inchiostro: le sculture acquatiche di Andrea, le sue caravelle, o quelle scalpitanti, i suoi cavalli; le chine aeree di Andrea, i suoi aquiloni, o quelle infuocate, i suoi raggi di sole, che scendono a sfilacciarsi pietosi sugli uomini. Gli uomini, gli operai della Terra, operai sempre più strangolati, abitanti di una Terra sempre più ristretta, fino a chiudersi in un canale, a inabissarsi nelle acque d’Otranto.

Ma l’utopismo di Andrea è ostinato, come ostinati il suo operaismo, il suo ecologismo, il perseguimento della tenera verità nascosta sotto la dura pratica dell’evidenza. È evidente il buio che abbiamo intorno, esso può dissolversi a condizione di un’intensificazione dello sguardo, di un allargamento della mano, a vedere quanta più luce è possibile, ad accarezzare quanta più umanità è possibile. Sarà forse per questo che i pittori, usi agli occhi e alle mani, operai del materiale e dell’immaginario, hanno più degli altri uomini vivo il senso della realtà e dell’utopia.

 

Oh, il Sud, Andrea!

invocato senza retorica

scritto mille volte con le lettere del tuo alfabeto strampalato

vissuto sulle lancette del tuo orologio che snocciola implacabile le ore

battuto dal vento che attraversa gli alberi scapigliati del tuo verde giardino…

 

I sodalizi si rompono, la forza dello Spazio e del Tempo ci divide, può capitare che prima Sondrio e poi Firenze intervengano a definire i confini e i secondi 25 anni della vita a imbiancarti i capelli. Eppure c’è qualcosa che fa da collante, buono a ricomporre i cocci di quella brigata casertana, armata di colori, affetti, idee, di quei comunardi che si rifornivano delle munizioni più lucide e felici presso lo "studio" di Andrea. C’è qualcosa, senza luogo né ora, qualcosa di vegetale e di astrale, che ci tiene: è e può essere solo l’Utopia, l’incredibile speranza di una fosforescenza che ci salvi, il progetto della Città futura, al cui impianto d’illuminazione uomini ostinati stanno lavorando dalla notte dei tempi, da ogni luogo di buona volontà.

Firenze o Caserta o Tahiti, che importa? Ma un punto più luminoso degli altri c’è sulla carta geografica, è sull’appennino campano, sul monte Matese, a Filopoli, la Città immaginata da un illuminista napoletano del secolo dei Lumi, Francesco Longano, pronunciatosi contro "la ineguaglianza tra gli uomini", perché "figlia delle società civili, dell’alterigia, della potenza e dell’oppressione". Verrebbe da proporre un titolo allo "studio" di via Mazzocchi: se fosse proprio Filopoli?, luogo d’amicizia, dove riunirsi tra Filopolitani, compagni d’arte, graziosamente incazzati, come sono gli artisti, uomini critici e utopici, che aborriscono l’istinto e il raziocinio propri del "cinghiale laureato in matematica", per dirla con Fabrizio De Andrè.

Con misurata passione ha da lavorare l’artista, con le mani operaie della lotta che non muore, la mente dell’uomo sulla soglia tra l’utopia sconfitta e l’utopia rinascente: Andrea mesce gli inchiostri, affina le punte, macina i colori, seziona tronchi di legno in micrologici pensieri, incolla, inchioda, scolpisce, impasta la materia, che sarà pane caldo all’alba. Il suo tepore inonda lo "studio", riscalda gli amici.

Tonino

 

FI, un giorno di frimaio del ’99