Testo inedito di Riccardo Dalisi.

 

Andrea Sparaco entra nella materia, la scalfisce e punto per punto la ricompone in residui deposti sulla riva del mare.

Lì qualcosa li avvolge e con mano amorosa li dispone con il lavoro faticoso della memoria.

Ha un fascino particolare questa scrittura fatta di pezzi, di scarti, sculture di vuoti cumuli di ombre appena strette da fasce e da corde, a stento trattenute da impossibili logori involucri.

Quali contenitori del tempo, ne ricordano a volte gli ingranaggi, e si tramutano in svelate macchine come a denudare il pensiero del passato mostrandone le faglie e i vuoti.

 

Non so se ciò significa che l’uomo può intervenire nell’accadere storico e nella vita dei singoli.

È certo uno scavo, un levare continuo, un ritmo del gesto che crea segni che sono ombre e solo ombre – ed il corpo viene fuori dall’ombra come noi stessi veniamo fuori dall’ombra.

Affiorano tratti parziali di corpi e cumuli di indefinite mescolanze, come a ricordare che ogni cosa compatta e salda in se stessa è solo un’illusione. Forme che un tempo furono – ed ora non ci è dato altro che ricomporne i frammenti e rinsaldarli e a malapena alludere a dignitose figure di uomini e cose.

E certo tutto ciò ci attira come esseri presi da un vortice e risucchiati in tali presenze piene di mistero; inquietanti, attonite, sospese in un tempo diverso.

 

È forse quella "levità" di cui parla Sparaco, un tempo diverso "prossimo al volo".

La levità che si oppone alla gravità e si identifica forse con quella forza tesa a scoprire il possibile che si nasconde nella storia del singolo. Non è attimo del presente, piuttosto si tratta di attimi del passato che io riscopro in cumuli, in insiemi appena accennati, in provvisori orditi, in figure incomplete, in moti interrotti.

 

Tutto ciò è modernità : ancora una volta nu misto di passato e futuro, un incontro tra io e non io, tra felicità e tragedia – che appaiono però decantate, levigate dalla lontananza.

È il tempo di Proust che rende così levigata la parola? O il tempo di Benjamin che ci parla della debole forza messianica, non derivante dai fatti e nemmeno dai miti, ma intensamente latente nelle cose stesse e nelle modalità con cui le ricordiamo.

Non abbiamo la libertà di incidere sulla nostra vita, ma abbiamo la libertà di ripresentarla a noi stessi, di riprenderne i brandelli, i tracciati interni, il sapore stesso dell’essere.

E tutto ciò ha anche il sapore del gioco: è un gioco la memoria? È un gioco l’essere? Anche il gioco, a suo modo, è un presentificare, è un essere, è un ricordare.