"La Metafora della contestazione tecnologica" di Vincenzo Perna, testo in catalogo mostra a Pordenone Maggio 1977

 

Vediamo che il fare artistico oscilla fra il reale e l’irreale, fra il fisico e il metafisico; ora è volontà d’immanenza, ora ansia di trascendenza. Perciò nel divenire dell’arte è plausibile l’ipotesi astrattista come il progetto realistico, così come sono stati praticabili Bosch e Tiziano.

La svolta si è verificata allorché l’artista si è chiesto il perché del suo operare, ha tentato di verificare il suo ruolo ed ha preso coscienza (nuovamente) del suo produrre; finché è riuscito a liberarsi dagli antichi legami fisici e da più recenti schemi metafisici. Questa nuova libertà non sopporta ipoteche esclusivamente sociologiche o meramente idealistiche perché tende a realizzare la libertà dell’arte mediante una propria logica (dell’artista e dell’arte) la quale costituisce centralità coagulante e co-disciplinare e designa la proposta estetica proprio nell’impatto – previsto e reale – con l’alterità e con la società.

Ora diamo per scontate le varie riflessioni sulla società tecnologica; diamo per effettiva la prevalenza del momento sociale sull’esigenza individuale; riconosciamo che questa società ci propina miti e riti, oggetti e immagini, vincolandoci con una trama sottile (cfr. i persuasori occulti…) e il tempo e lo spazio.

Andrea Sparaco di ciò è perfettamente convinto; e quindi rileva e rielabora gli stimoli esterni, quotidiani e continui, che sono lettere e parole, numeri e cifre, lancette d’orologio e segnali stradali, corde e leve, contenitori e ingranaggi. In che maniera? Creando assemblaggio, progettando innesti, sviluppando collegamenti: secondo una "presunzione" logico-meccanica. Ma attenti! Non è qui la logica della meccanica, bensì la meccanica della logica, per cui la macchina e il meccanismo procedono oltre la volontà dell’uomo, contro la ragione.

La centralità della proposta sparachiana – sia a livello di invenzione che di concreta comunicazione – si dipana in più direzioni: l’ipotesi è quella del funzionamento del meccanismo, ma nello stesso tempo che non possa funzionare, la rappresentazione e la cosa denunciano l’inghippo e quindi l’inutilità e la falsità dell’oggetto. Sicché la proposta di Sparaco – che ben oltre le fredde e industriali "macchine inutili" di Bruno Munari si riallacciano per certi versi a Duchamp risultando allucinazioni individuali e artigianali – è ludica ed amara, ironica e spettrale, ingegneristica e paradossale; alla fine mostro e idolo.

Ciò ha comportato sia il radicarsi della proposta nella fisicità degli elementi e dei materiali, sia lo scatto sul piano metafisico per andare a comporre una sorta di metafora della contestazione tecnologica.

Il procedimento elaborativo che Sparaco adopera con raffinata tecnica e notevole capacità di sintesi nella grafica (e in proposito non è superfluo ricordare la serie delle "sedie dell’isterismo" di Mario Persico che però sono metamorfosi di un oggetto dato e giornalmente usato) si ripresenta nei quadri oggetto per i quali possiamo indicare come punti di riferimento, benché di diverso segno, Joe Tilson e Lucio Del Pezzo.

Se tuttavia la grafica risalta per un coefficiente culturale neo-dada, i quadri-oggetto rilevano l’usura della materia, quasi sollecitano un contatto tattile. La grafica si sostanzia, però, di abbondanti margini e di bianchi (o vuoti) assoluti, mentre il quadro-oggetto si esalta con lo spessore della materia lignea e trascina inebriandosi le scorie, i nodi, le abrasioni.

Non c’è discrasia, tuttavia, fra queste due articolazioni dell’operare sparachiano che si colloca su posizioni di più ampio rapporto con l’alterità. Donde anche la motivazione di interventi in spazi pubblici costituiti da una specie di tridimensionalità scultorea: "monumenti e simulacri, come un nuovo Cavallo di Troia e riaffioranti totem, collocati nell’ambiente urbano e offerti alle tribù supercivili quali occasioni provocatorie di aggregazione collettiva.

Il coinvolgimento dell’alterità – individuale e collettiva – condensa attorno agli "idoli…falsi e bugiardi" le domande circa i meccanismi e la fragilità tutto sommato della macchina, sul rapporto tra l’uomo e i simulacri, circa il senso della metafora.

In questa metafora – che appare prima come esaltazione allucinata, quindi come scelta metafisica del fare arte – si realizza propriamente quel superamento del condizionamento rappresentativo (mimesi) che per tanto tempo ha condizionato scelte operative e valutative.

E in ciò consiste la "vitalità" estetica dei disegni, dei quadri e dei "monumenti" di Andrea Sparaco, il quale propone con la oggettualità, meglio con la cosalità dei suoi lavori stimoli gnoseologici e momenti di crescita morale per gli uomini che vivono su questa terra inebriati dal consumismo tecnologico e illusi da una supremazia che invece aliena, deformando la libertà individuale e la sostanza del rapporto umano.