"La geometria emozionale di Andrea Sparaco" testo inedito di Franco Carmelo Greco
L’ingresso nello studio di Andrea Sparaco, in Caserta, non produce emozioni: è freddo, equilibrato come un dannunziano aereo che l’artista ha collocato pendente dal suo soffitto: struttura in legno ch’è parodia di tecnologie primordiali più di quanto non lo siano state le retoriche culturali ed i riti a cui esse obbedirono.
Gli scheletri di macchine, grandi a misura d’uomo, intrecciano l’aria nello strano chiarore degli stanzoni: movimenti non più virtuali, ma dismessi; dinamismi perduti, articolazioni immote; e poi leve braccia assi pesi contrappesi viti ruote staffe dischi carrelli ganci strutturano in una abnorme geometria uno spazio che contraddittoriamente aspira a configurarsi con tale segno distintivo: geometrico, logico, misurato, matematico, regolato, razionale.
Lo spazio vitale di Andrea Sparaco da reale si fa, così, spazio mentale: il suo laboratorio è una parodia di meccanismi che si contraddicono: articolazioni che non articolano, motori che non muovono, ruote che non girano, leve che non levano; anzi, di meccanismi che si negano: movimenti indicati da frecce, misure espresse in numeri, dinamiche disattivate, collegamenti recisi, nastri di trasmissione interrotti.
Aggirarsi tra tali oggetti dislocati nelle stanze, segni (con data di nascita) del lavoro artistico di Sparaco, e tra pastelli, chine, tempere, legni colorati e pannelli appesi alle pareti o stipati negli angoli, tutti ispirati alle medesime macchinerie, significa muoversi dentro una strana materia surreale, in uno spazio comunque antico, scandito da attrezzi di falegname, seghe da traforo, carboncini chine pastelli tempere oli legni compensati carte cartoni, e anche da congegni tangibilmente assurdi ed irrazionali: per catturare la luna, per prolungare la vita, per ingabbiare i pensieri, per produrre alberi, per sorreggere aquiloni, per innalzare una coppia, per desiderio di sole e così via.
In realtà quella di Sparaco è una geometria emozionale: opera in progressione a ritroso, sulla coscienza e sulla percezione.
Le energie, le resistense, le consistenze, le gravità, gli attriti, i moti non si sviluppano, non agiscono, sembrano interdetti: non scorrono le carrucole, non girano le ruote, non si muovono gli snodi, non si articolano i bracci, non si spostano le leve.
I congegni di Sparaco e le sue strutture non ambiscono, in realtà al movimento, anzi, ne dichiarano l’assenza: ogni macchina è priva di moto nella sua complessità, ch’è invece pura invadenza dello spazio, della vita, del tempo, della coscienza, della mente.
Ciò che le macchine di Sparaco hanno dismesso o smarrito o negato è la loro funzione, persa la quale, esse hanno perso la loro identità e la loro memoria: la prima segnata nella loro origine, la seconda nel loro uso.
Le macchine di Sparaco hanno memoria di altro da sé: il loro destino, postmoderno, è quello di rinviare a se stesse come ad una impropria definizione, una pura presenza nominalistica.
La macchina evoca la propria nudità, e con essa la propria struttura sempre eccedente, antagonisticamente barocca, dimostrazione di guasto e di morte, che non le consentono di identificarsi.
Così elementi piramidali, colonne, trampoli, guglie, cilindri e solidi di legno, tutti allungati sul piano o su una parete di sfondo o anche innalzati nel vuoto, vomitano se stessi, la propria identità, la propria intima natura, l’anima stessa del proprio meccanismo, ch’è la misura, il controllo, l’equilibrio, la legge, la regola, il rapporto, la proporzione, l’angolo, la retta, il cerchio.
Elementi tutti ch’erano prima della macchina stessa, ma che non le appartengono più, ed anche elementi che non sussistono da soli, senza supporto.
Le ragioni costitutive dell’universo, segni d’identificazione, se possibile, della stessa natura divina, vengono trattate come "accidenti", secondo la classica definizione della filosofia scolastica: "accidens est ens cui convenit esse in alio tamquam subiecto inhaesionis."
Le strutture messe a nudo non definiscono più la presunzione di una conoscenza profonda del reale e delle cose, o quella del loro disfacimento, ma soltanto l’evocazione d’un ritmo, d’una scansione, d’una misura perduti. E questa misura assume la forma di numero.
Il numero dei sogni, del mistero, della divinazione, della poesia, della musica.
Numeri cascanti, gettati. Sparsi, seminati, ammassati, stratificati, accumulati, inerpicati vertiginosamente gli uni sugli altri, in tutte le misure, in ogni ordine di grandezza, ritti, capovolti, storti, contorti.
Comunque numeri prevaricanti.
Il numero, in Sparaco, diviene forma equivalente alle sue strutture destrutturate ed alle macchinerie ineffettuali, anzi, le accomuna entrambe, vi si insinua e ne fuoriesce, ne nasce, vi si accampa, le soffoca o ne è soffocato.
Parrebbe essere un elemento propagandistico dell’arte di Sparaco, insieme con gli altri appena indicati, e invece essi, strutture e macchine e numeri, così rimescolati insieme con serrata coerenza, sotto una apparenza di lucidità, nella funzione di significanti che assumono, nascondono la commozione di significati paradossali, grotteschi, onirici, emozionali.
La sosta nello spazio-laboratorio di Andrea Sparaco equivale ad un viaggio nella coscienza, un percorso profondo nel quale si raccattano i segni della solitudine, della sofferenza, della fatica, del male di vivere, i segni che hanno la forma della modernità (dinamismo macchinismo produzione consumo velocità etc.) e il senso dismesso del passato, dell’antico, del ricordo, del gioco.
E fra essi si percepiscono i residui di una ribellione e di una partecipazione e di una solidarietà che nella materia e nel linguaggio dell’artista si fanno grido e lotta e speranza e utopia.
E si colgono i segni sottili e penetranti della sua capacità di "giocarsi", di recitarsi, cioè clownescamente, su uno schermo d’arte, senza ambizioni di universalità, ma nella personalissima dimensione della memoria.
È difficile uscire dallo studio di Andrea Sparaco senza sentirsi sopraffare da una folla di emozioni, che hanno la libertà e la grandezza e la generosità che il suo mondo di artista ha voluto loro guadagnare, e delle quali gli sono personalmente debitore.
Franco Carmelo Greco.
In Caserta nel dicembre del 1994