Lettera inedita di Orazio Faraone del 30 – giugno 1988
Carissimo Andrea,
dobbiamo considerare che al nostro esercizio di pittori questi tempi di allentate tensioni non possono offrire che fragili pretesti e, tuttavia, sappiamo che il problema dell’arte resta quello delle sue motivazioni. Se la ricerca del concreto fare estetico ci ha precedentemente assuefatti ad indagare sulle ragioni di questo fare, non essendo passato senza effetto su di noi qualche più radicale tentativo di rinnovamento culturale, oggi dovremmo ritenere abbastanza naturale un nostro senso di esitazione, destato da quella consuetudine già forte a fronte di più pallide progettualità odierne. A me pare comunque che il significato del nostro operare sia da ricercare tuttora nell’area delle motivazioni appunto, cioè in quello sperimentalismo in qualche misura ineludibile, che discende dalla nozione umanistica dell’uomo strumento di se stesso; e pertanto la constatazione della fragilità delle nostre e altrui ragioni non può esimerci da una ragionevole sitazione. Naturalmente mi riferisco a un ordine di ricerche che non attiene – e non attenne – esclusivamente all’impegno ideologico e politico, ma a una più generale preganza concettuale, e d’altra parte sono consapevole di quanto tu stesso rifugga dall’idea di un’arte tutta sfogo, come dai modi di certa implausibile espressività variamente ciitazionista.
So bene che il tuo lavoro nasce da una costante apertura di progetto, da una adesione ampia e sincera ai temi della "storia", sia pure in un’area di forte tensione fantastica e poetica, a cominciare dalle "macchine" e oggetti dadaisticamente allusivi dalla fine degli anni ’60, fino alle serie più recenti dei "Ritratti di memoria" e degli "Automatismi della memoria", così intense nel loro nitore metafisico; per non dire della vitalità progettuale di cui ancor sempre hai dato prova nelle nostre conversazioni e nelle riunioni di gruppo non infrequenti degli ultimi tempi. Caro Andrea, anche tua fu l’idea di parlarci più spesso, l’uno dell’altro, e leggerci sulla base di questa solida conoscenza reciproca che sta prima dell’opera, proponendo dunque una visione, per così dire, dall’interno della confidenza, che pone in primo piano la problematicità più intrinseca, le ragioni dell’opera. E so che la tua vocazione è la più ardua commistione di civile impegno e slancio creativo. Insomma l’esistenza dell’opera possiede davvero una durata indefinita, perché prende corpo nella concretezza del farsi e si protende in avanti nella tensione e nell’aspettativa, mentre trova avvio in un tempo antecedente, in quell’intrigo più o meno remoto di implicazioni e di consapevolezze del quale noi stessi vantiamo una certa conoscenza diretta e affettuosa.
Orazio Faraone
30 – VI - 88